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Oramai sapete benissimo che, nella nostra solita politica del "se mi trovo bene, ne parlo bene", inseriamo alcuni locali nella nostra rubrica "Zonzolando... de-gusto", agendo come al solito nel completo disinteresse e senza alcun fine commerciale (che di questi tempi non è cosa da poco).

Qualche giorno fa ci siamo ritrovati a zonzolare per la bella Bassano del Grappa. Trovandoci in terra veneta, con l'occasione avevamo deciso di assaggiare un po' di cucina locale.
Io avevo già in mente baccalà alla vicentina, crostini di baccalà e sarde in saor, ma il caso ha voluto che cenassimo con una delle pizze napoletane più buone che avessimo assaggiato negli ultimi tempi.
Per la serie, mai fare programmi che tanto poi non si sa mai come va a finire.
Ci siamo imbattuti in questa pizzeria all'orario di apertura e per fortuna abbiamo deciso di entrare perché siamo riusciti a trovare un posto.
La titolare ci ha spiegato infatti che aveva già tutto prenotato, ma non subito dall'orario di apertura, per cui ci ha fatto accomodare ad un tavolo facendo presente che quello era prenotato per l'ora successiva.

E' bene tenere presente che questo locale è esclusivamente una pizzeria (per motivi di licenze), per cui sul menù si trova solo quello. Inoltre avendo un solo forno a legna, non è possibile garantire pizze per persone con particolari intolleranze come ad esempio quella al glutine.

Abbiamo fatto alcune domande e ci è stato detto che l'impasto della pizza viene fatto lievitare due o tre giorni al massimo, viene utilizzata una minima quantità di lievito secco e che il forno cuoce alla temperatura di 450 °C, per cui il tempo di cottura di ogni pizza va dai sessanta ai novanta secondi al massimo.
Il risultato è notevole.

Quella qua sotto è una pizza "Bufalina", ossia con mozzarella di bufala e basilico.
Veramente eccezionale.


Altrettanto buona è stata quella con salsiccia e friarielli.


Super particolare è quella che viene chiamata "Cappello di Totò e Peppino", una pizza con cornicione ripieno di ricotta.


Tutte le pizze hanno un cornicione soffice, ben lievitato e il condimento è generoso e saporito.
La cosa che mi è piaciuta personalmente (e che forse non tutti potrebbero apprezzare) è il quantitativo di sale impiegato. Forse per alcuni potrebbe risultare troppo poco, mentre per me era perfetto.
L'ho digerita benissimo e non ho ricercato acqua per tutta la notte e il giorno successivo.


Riassumendo:
Periodo: settembre 2017
Dove: Pizzeria Partenope - Prato Santa Caterina, 11 - 36061 Bassano del Grappa (VI)
Pregi: rapporto qualità prezzo ottimo. La scelta delle pizze è ampia e gli ingredienti dichiarati sono di qualità. Il personale è gentile e disponibile anche nella spiegazione delle pizze e nel consigliarne nella scelta.
Difetti: la mise en place potrebbe essere migliorata. Da valutare se ampliare la licenza per arricchire la proposta gastronomica limitata ad oggi a sole pizze e non per intolleranti.


Ai ristoranti che fanno una straordinaria cucina ma che utilizzano pessime lampade per illuminare i piatti, e che quindi mi fanno scattare foto tremende, dovrei lasciare una recensione terribile. A prescindere!
Ci ho messo così tanto a rendere "visibili" e con luci che non tendessero all'ocra le foto dei piatti che ho scattato, che quasi mi passava la voglia di pubblicare questo post.
Il caro chef Alfio Ghezzi, dovrebbe sapere che la bontà della sua cucina ha superato la mia voglia di cancellare questo post, perché a Locanda Margon siamo stati benissimo!

Scherzi a parte, nella nostra solita politica del "se mi trovo bene, ne parlo bene", poiché il nostro giudizio è senz'altro positivo, abbiamo deciso di inserire questo locale nella nostra rubrica "Zonzolando... de-gusto" agendo come al solito nel completo disinteresse e senza alcun fine commerciale (che di questi tempi non è cosa da poco).
Il ristorante Locanda Margon, che si trova a pochi chilometri dal centro di Trento su una collina panoramica, funziona secondo due formule: una più informale che viene identificata come "Veranda", e una più ricercata e raffinata che si chiama "Salotto Gourmet", che ha da poco ricevuto la seconda Stella Michelin.
E' proprio in quest'ultima formula che, grazie ad un azzeccatissimo regalo dei miei colleghi, un bel sabato sera ci siamo ritrovati a "cenare" in questo locale.
Le virgolette sono quasi d'obbligo perché non si è trattato solo di una cena, ma di un vero e proprio percorso fra assaggi, sapori, tecnica, cultura ed emozioni.

Il locale ci è parso da subito elegante, moderno e raffinato, per non parlare dell'accoglienza che al nostro arrivo è stata impeccabile, calda e garbata.
Visto che alla formula Gourmet sono dedicati pochi coperti (massimo trenta circa per un totale di sei tavoli di diversi diametri), la sala in cui ci hanno fatto accomodare era piuttosto piccola. Dalla nostra posizione tutta la vista panoramica era scomparsa, motivo per il quale ci è parso che fosse più bello lo spazio dedicato alla veranda piuttosto che alla sala gourmet.
Ogni dettaglio della mise en place, la scelta dei materiali e ogni singolo piatto che ci è stato servito era evidentemente di pregio e frutto di ricerca; niente era lasciato al caso.
La scelta dei menù degustazione poteva ricadere fra due diverse tipologie che si differenziavano per numero di portate, accompagnamento di vini e - ça va sans dire - per importi differenti: Suggestione Bollicine e Terroir (il nostro).

Poco dopo esserci accomodati lo chef ci ha deliziati con una serie di amuse-bouche.
I primi sono stati una mozzarellina in carrozza e un mini cannolo di sesamo, formaggio fresco ed erba cipollina.


A seguire una ricciola appena scottata servita su un trito finissimo di sedano rapa e mela.


E poi ancora a seguire: a) Rose delle Dolomiti (formaggio Puzzone di Moena DOP affettato con la girolle a mo' di Tête de Moine), b) cialdine al Trentingrana DOP con scorzette di limone candido e polvere di caffè, c) sfoglie di grano saraceno, corniole, caprino e uova di trota, d) parfait di fegatini, nocciole e frutto della passione.


Il tutto accompagnato da grissini, burro salato e pane scelto da una selezione da vassoio.


L'antipasto, la prima portata ufficiale del menù, ci ha lasciati stupiti. Si trattava di un Salmerino di Preore in carpione con salsa agra delle sue uova. Il tocco scenografico era senz'altro il piatto, ossia la raffigurazione 3D di una valle di montagna sul cui fondo c'è un lago su cui viene adagiato il pesce (appunto di acque di lago di montagna). Fantastico! Si riesce a vedere? Se no... era colpa delle luci, non lo dico più! ;-)


Ancora un piatto azzeccato sono la rivisitazione degli gnocchi tipici trentini, gli Strangolapreti, in cui gli spinaci sono adagiati sopra lo gnocco invece che essere incorporati nell'impasto. Da dieci e lode anche il condimento che rendeva il piatto nel complesso dolce, croccante, acido e grasso. C'era tutto: gusto, tecnica e bravura.


Sempre per restare in tema di tecnica (elemento che accompagna dall'inizio alla fine tutta la cena) ecco un Coscio di coniglio con polenta, cipolle al forno e salsa con i suoi fegatelli. All'apertura della coscia la cottura della carne era perfetta e all'assaggio tenerissima. Parlando con lo chef alla fine della cena (sì, abbiamo avuto questo onore - confermando anche che è un grande umile chef) abbiamo capito che la cottura è tutt'altro che banale e semplice. La coscia che si vede nel piatto è la ricostruzione del pezzo dopo una attenta cottura e successiva ricomposizione.


Prima del dessert, da fuori menù ma classico passaggio pre-dessert nei ristoranti gourmet, abbiamo assaggiato un assortimento di piccola pasticceria: a) pizzetta salata di macaron, confettura di pomodoro, mozzarella e origano, b) tartelletta alla crema chantilly e mirtilli, con foglia di argento e menta, c) raviolo di cioccolato ai frutti rossi, d) torta sbrisolona, e) fortunella (kumquat) candita, f) pepite di nocciola dorate e g) cono gelato con crema e granella di pistacchio (che non mi entrava nella foto e ho inserito come montaggio).


Tutto a preludio del davvero creativo dolce "Mela pensando allo strudel" in cui quella che sembra una mela è in realtà una colata di cioccolato che racchiude... No, non vi rovino la sorpresa, va assaggiato!


A chiudere la nostra splendida serata, che difficilmente dimenticheremo, assieme ai caffè sono arrivati piccoli assaggi di pasticceria e infine praline al cioccolato e grappa (che non sono riuscita a fotografare).
Se volevano coccolarci ci sono riusciti in pieno, bravissimi tutti quanti!


Riassumendo:
Periodo: marzo 2017
Dove: Locanda Margon - via Margone, 15 - 38123 Ravina (TN)
Pregi: straordinaria scelta e lavorazione della materia prima valorizzando prodotti locali. Cucina moderna che richiama a ricette tipiche trentine con risultati lodevoli. Piatti pensati e creati dalla cucina e spiegati dal personale di sala in maniera impeccabile. Rapporto qualità prezzo ragionevole. Fuori menù e amuse-bouche da lode. Buona attenzione del personale per allergie o intolleranze anche se non so dire poi come viene gestita.
Difetti: quello che sto per scrivere non è un difetto del servizio del ristorante, ma un appunto del tutto soggettivo sulle modalità del servizio in generale che vale per una marea di locali di un certo livello. Personalmente non amo essere ripetutamente servita nel bere. In caso di cene intime (magari non vale per quelle di gruppo), il fatto di sorseggiare acqua e avere una persona che, seppur con la massima discrezione, verifica se ho bevuto e in quel caso versa altra acqua, mi disturba poiché toglie intimità alla serata e continuità al dialogo e alla conversazione.


A volte capita che il posto in cui si mangia bene non sia esteticamente un granché, altre volte capita invece che il posto sia bellissimo ma la cucina lasci alquanto a desiderare.
Capita anche, e questo è molto più raro, che esistano posti a dir poco meravigliosi, in cui si mangia divinamente e magari anche al giusto prezzo vista la fortunata precedente combinazione.

Un semplice "stasera ti porto a cena fuori" del mio lui ha trasformato una di quelle giornate che si vorrebbero dimenticare in una di quelle si vorrebbero tatuare per sempre nella memoria.
Sicuramente non tutto il merito è da attribuirsi alla cena in sé, ma senza dubbio la location e quel che abbiamo assaggiato hanno contribuito a rendere la nostra serata qualcosa di speciale.
Per cui nella nostra solita politica del "se mi trovo bene, ne parlo bene", poiché il nostro giudizio è complessivamente positivo, abbiamo deciso di inserire questo locale nella nostra rubrica "Zonzolando... de-gusto" agendo come al solito nel completo disinteresse e senza alcun fine commerciale (che di questi tempi non è cosa da poco).

Immagine presa dal sito Web del ristorante

In una serata autunnale di un giorno feriale mi sono quindi inaspettatamente ritrovata in un castello arroccato su un istmo del Lago di Toblino.
In pratica una roba da sogno.

Lasciata la macchina nel parcheggio sterrato del castello, abbiamo salito la rampa che conduce all'ingresso. Il non aver avuto i tacchi mi è stato sicuramente d'aiuto perché la salita con certe calzature può risultare ripida e sconnessa. Per cercare di agevolare il percorso è stato steso un tappeto dal parcheggio all'ingresso, che però non riesce a compensare del tutto il disagio della pavimentazione di un tempo (che di sicuro non era stata pensata per la finalità di oggigiorno).

Siamo stati accolti con una gentilezza unica in una sala che, visto il giorno feriale, era praticamente riservata a noi.


Per intrattenerci nell'attesa delle nostre ordinazioni lo chef ci ha dato il benvenuto la sua hors d’oeuvre: una crema di ceci con gambero, delicata e cremosa.
Ho dimenticato di fotografare il vassoio del pane in cui era presente una piccola carrellata di panini dalle varie forme e gusti come segale, laugenbrot, noci eccetera.


Io ho scelto il Menù Autunno, mentre Massimiliano il Menù Goloso (entrambi 35 € l'uno). L'antipasto del Menù Autunno era l'Uovo 65 con fonduta ai formaggi di malga e tartufo nero: credo il piatto tecnicamente più riuscito del mio menù. L'uovo, che è stato cotto ad una temperatura di 65 °C fino alla sua coagulazione, risultava cotto, morbido e si sposava divinamente con la fonduta e il tartufo.


L'antipasto di Massi era il Breakfast, una composizione di una brioche da accompagnare al foie gras (nel cucchiaino di ceramica), un cremoso cappuccino ai porcini da scoprire in densità e sapore nei vari strati e uno zabaione al tartufo che chiudeva il giro lasciando il palato profumato e appagato.


Il primo del Menù Autunno erano dei Canederlotti alle verze con crema al Puzzone di Moena e speck croccante. Più che il canederlo in sé, che mi pareva un po' troppo duro e gommoso, personalmente ho trovato più buono l'accompagnamento: saporito, deciso e croccante. Bella e curata come sempre l'estetica del piatto.


Il primo del Menù Goloso prevedeva Tortelli di zucca con spuma di parmigiano e cialde all’amaretto: un piatto che racchiudeva prodotti per lo più regionali con quello che ci ha ricordato essere un tocco di cucina mantovana (di cui Massimiliano è un vero appassionato). Che dire quindi? Delizioso! Ovviamente se non piace il dolce dell'amaretto nel piatto non occorre nemmeno provare ad ordinarlo, ma se invece dovesse piacere allora questo piatto potrebbe farvi felici.


La carrellata di assaggi del Menù Autunno è conclusa con uno Sformatino alla ricotta ripieno di Susine di Dro servito caldissimo in un tegamino di rame accompagnato da un fresco sorbetto al mosto d’uva.
Li ho trovati entrambi buoni, anche se forse non all'altezza del livello degli altri piatti.


Con la Mela speziata con gelato alla vaniglia e zabaione al Vino Santo del Menù Goloso a Massimiliano è andata meglio. Sotto consiglio del maitre entrambi i dolci sono stati accompagnati da un bicchiere di Vino Santo del 2002 che con quest'ultimo dolce faceva un'accoppiata fantastica.


Per chiudere la serata assieme ai caffè sono arrivati piccoli assaggi di pasticceria.


Riassumendo:
Periodo: ottobre 2016
Dove: Ristorante Castel Toblino - via Caffaro, 1 - 38072 Sarche, Calavino (TN)
Pregi: cucina nel complesso buona come anche la cura e la presentazione dei piatti. Lodevole l'utilizzo e la valorizzazione dei prodotti locali. Locale ricercato e pulito, bellissime le sale interne e la terrazza esterna aperta nel periodo estivo. Servizio impeccabile e discreto.
Difetti: accesso al castello non agevole a tutte le categorie di persone. Proposte per allergie e intolleranze da migliorare.


Grazie alla mia partecipazione ad una trasmissione TV che andrà presto in onda, abbiamo approfittato per allungare il soggiorno e regalarci una breve zonzolata romana.
Era un bel po' di tempo che non scendevo a Roma; l'ultima volta era stato qualche anno fa per lavoro, mentre con Massi era da una vita, credo dieci anni addirittura.
Mi ero ripromessa, non appena fossi tornata, di provare un ristorante storico di cui avevo sentito decantare le lodi soprattutto per un piatto in particolare: i tonnarelli cacio e pepe.
A dirla tutta non abbiamo solo provato il ristorante di cui vi sto per andare a parlare, ma anche altri due in cui abbiamo assaggiato i piatti della tradizione romana. A confronti fatti però pensiamo che non valga la pena inserire in questa rubrica gli altri due, almeno per il momento, visto che possono sempre migliorare. Del resto si dà sempre una seconda possibilità, no? :-)

Ebbene, il locale che ha senz'altro superato la prova come la migliore cacio e pepe assaggiata finora a Roma (a conferma di ciò che mi aveva riferito chi mi aveva indirizzata verso questo ristorante) è la trattoria/ristorante Felice a Testaccio, nell'omonimo rione (quartiere) di Roma.

Il locale è gradevole, ristrutturato e pulito. I tavoli sono sempre pieni e purtroppo alcuni sono troppo ravvicinati, ma complessivamente l'atmosfera è piacevole. L'accoglienza è calda, il servizio molto gentile, "alla romana" ma curato.
Le nostre scelte sono ricadute sui piatti della tradizione romana e per i quali Felice si è creato un nome, ossia i tonnarelli cacio e pepe e i bucatini all'amatriciana.

Recensione Felice a Testaccio Roma

I tonnarelli cacio e pepe, di una bontà stratosferica, vengono serviti in una ciotola capiente in modo che, una volta appoggiato il piatto sul tavolo, il cameriere che li serve li possa mescolare con cura creando la famigerata cremina di formaggio e amido della cottura della pasta.
La cottura e consistenza della pasta erano a dir poco perfette: al dente e con struttura. La salsa che si è formata era favolosa e se paragonata a quelle assaggiate in precedenza... beh, le surclassava senza dubbio.
Questo piatto per me è valso la visita.


Il resto non è stato altrettanto esaltante anche se comunque buono.
L'amatriciana di Massi mi è piaciuta molto anche se non ho trovato perfetto il guanciale (tradotto nel menù inglese con bacon).
Ci siamo poi divisi in due il secondo suggeritoci dal cameriere: l'abbacchio con patate al forno.
L'abbacchio era buono, le patate al forno invece - mi dispiace dirlo - ma erano proprio da rivedere.


Sempre sotto suggerimento del cameriere il secondo è stato accompagnato con un carciofo alla romana.
Sostanzialmente un carciofo lesso messo a testa all'ingiù e condito con un bel po' d'olio. Sarebbe anche stato buono se non fosse che da solo soletto è costato la modica cifra di 6 Euro. Visto il prezzo non ci è piaciuto più.


Una cosa interessante di questo locale è che il menù, oltre alle proposte di base, offre piatti diversi a seconda del giorno della settimana. Dal lunedì alla domenica (visto che è sempre aperto) vengono infatti suggeriti piatti del giorno sempre diversi e comunque riconducibili alla tradizione romana.
Il locale nelle ore di punta è sempre pieno per cui è consigliabile prenotare, soprattutto nel fine settimana. Nei giorni feriali per esempio, alle 12:30 si riesce a trovare posto, ma verso le 13-13:30 il locale si riempie e la prenotazione è praticamente necessaria.

Riassumendo:
Periodo: novembre 2015
Dove: Felice a Testaccio - via Mastro Giorgio, 29 - 00153 Roma
Pregi: locale curato, buon servizio, impeccabili i tonnarelli cacio e pepe, buona cucina romana, sempre aperto.
Difetti: prezzi superiori alla media e su alcune proposte esagerati, tavoli ravvicinati, mancanza di parcheggio.


Un paio di settimane fa abbiamo deciso di festeggiare un evento importante in un ristorante che eravamo curiosi di provare dopo averne sentito tanto parlare. Si tratta di Maso Franch, uno dei pochi ristoranti trentini ad aver ricevuto una stella Michelin.
Nella nostra solita politica del "se mi trovo bene, ne parlo bene", poiché il nostro giudizio è complessivamente positivo, abbiamo deciso di inserire questo locale nella nostra rubrica "Zonzolando... de-gusto" agendo come al solito nel completo disinteresse e senza alcun fine commerciale (che di questi tempi non è cosa da poco).

Ovviamente, come sempre, quella che raccontiamo è la nostra impressione, riferita ai nostri gusti e a quel dato momento per cui il giudizio, che come ho già detto è positivo, potrebbe non trovare riscontro in altre persone o variare nel tempo.

Questo ristorante si trova in località Pian di Castello nel comune di Giovo, poco fuori Trento. Non è difficile raggiungerlo e dalla strada è ben segnalato per cui è difficile sbagliarsi. Il locale è curato e moderno e la terrazza esterna con la bella stagione regala una bella vista sulle montagne attorno.

Per provare la cucina del giovane, dotato e pluripremiato Chef Diego Rigotti abbiamo scelto un menù degustazione che andava dall'antipasto al dolce con abbinamento di vini annesso recandoci in un giorno feriale.

Poco dopo essere stati accomodati sulla terrazza esterna la tavola è stata apparecchiata con il cestino del pane che oltre ad essere buono e ben assortito era tutto prodotto in casa.


Nell'attesa delle nostre ordinazioni lo chef ci ha intrattenuti con la sua hors d’oeuvre di benvenuto che consisteva in una composizione di più assaggi: grissini croccanti serviti in un vasetto di legno, una cialda di Trentingrana a mo' di lecca-lecca, una cialda di polenta croccante con speck e palline di ricotta affumicata e un delizioso cannolo croccante di polenta farcito con crema di caprino servito su un pezzo di corteccia di abete. Non gli mancava niente: croccante fuori, cremoso dentro, intenso ma non stucchevole il caprino. Un piatto che abbiamo molto apprezzato.


Altrettanto delizioso era l'Orto del bosco, un antipasto composto da un fondo di crema di spinaci con astice e tonno crudi e a pezzi, con asparagi, verdure e aria di porcini: bellissimo da vedere, delicato, profumato e assolutamente delizioso.


Buono e decisamente più saporito, anche se niente di eccezionale l'antipasto scelto da Massimiliano: i "Tacos..." (scritto sul menù proprio così, coi puntini di sospensione).
Il piatto si componeva di cialde di polenta di mais gialla con verdure e formaggio fuso sopra.


Discreto il mio primo "Uovo e fieno": tre tortelli ripieni di carne, uovo di quaglia e verdure immersi in un brodo di gallina ben fatto. Carino l'effetto del cameriere che versa il brodo sui tortelli, ma non sicuramente il piatto forte della serata.


Molto buoni e ben fatti i tortelli scelti da Massimiliano serviti con melanzane, pomodori e basilico. La tecnica della preparazione si vedeva e sentiva tutta. Peccato fossero pochi per spartirseli, meritavano davvero.


Siamo passati poi ai secondi, decisamente i piatti più saporiti e meglio preparati della serata. La loro composizione e bellezza quando sono arrivati ci ha incantati subito. Oltre alla tecnica indiscutibile di cotture e preparazioni abbiamo potuto vedere la ricerca della perfezione con il quale lo chef cerca di costruire i propri piatti.
Quello qua sotto è galletto con crocchette, crema di topinambur e pezzetti di pannocchie: buono, armonioso e saporito.


Da leccarsi i baffi il mio secondo: un taglio di manzo con riduzioni di vino e salse davvero ben fatto. Ottima la cottura della carne che risultava tenera e succosa e che si sposava benissimo con l'accompagnamento. Lo riordinerei subito.


Come pre-dessert ci è stata servita una golosa combinazione di vari biscottini composta da macarons, mini baci di dama, frollini montati al cacao e vaniglia, biscotti con mandorle e bonbon di cioccolato e cocco.


Entrambi invece non abbiamo apprezzato il tanto decantato dolce "Sottobosco": terra di cioccolato, pan di Spagna al tè verde, funghetti di meringa e gelato al ginepro selvatico.
Al di là del bellissimo effetto nel piatto che effettivamente richiama il nome, purtroppo a noi il sapore del gelato non è piaciuto per niente e l'arrivo del caffè è stato apprezzato per ripulirsi la bocca. Si tratta sicuramente di una questione di gusti la nostra, che però purtroppo ha guastato proprio sul finale una bella cena.

Ecco qualche altra piccola considerazione.
Sicuramente lo chef ha un'ottima tecnica e la freschezza dell'età gioca a favore dell'estro, della voglia di sperimentare e della fantasia, ma pecca forse di accostamento e abbinamento di sapori penalizzando leggermente il gusto.
Le singole porzioni dei piatti non sono sufficienti a sfamare stomaci affamati, ma affrontando un percorso degustazione come il nostro ci si alza da tavola con la pancia piena e soddisfatti.



Riassumendo:
Periodo: luglio 2015
Dove: Maso Franch Gourmet e Relais - Località Pian di Castello, 2 - 38030 Giovo (TN)
Pregi: cucina buona con estro e tecnica, utilizzo e valorizzazione dei prodotti locali, piatti visivamente bellissimi, locale moderno, curato e pulito, buone porzioni con discreto rapporto qualità/prezzo.
Difetti: sproporzionata ricerca dell'estetica a discapito del gusto in sé del piatto, servizio senz'altro da migliorare, proposte non adatte a intolleranze e il burger di verdure è un palese contentino per vegetariani assolutamente non all'altezza del luogo e della stella Michelin.


Ci sono luoghi che abbiamo visitato in cui abbiamo avuto la netta sensazione di essere stati catapultati nel futuro (vedi per esempio questo qui e qui), luoghi in cui abbiamo respirato arte e musica (come questo e questo), e luoghi invece in cui siamo stati trascinati in contesti storici, austeri e aleggianti di mistero.
Mai quest'ultima sensazione è stata così forte come in Inghilterra il cui climax è stato raggiunto proprio a Whitby ed in particolare nella sua abbazia.
Per vedere dove si colloca e approfondire le sue origini si possono trovare numerose informazioni su Wikipedia qui.

Cosa fare e vedere a Whitby in Inghilterra Baia di Robin Hood Bay consigli di viaggio trip advices what to see and do

Siamo andati in novembre scorso, mese che si traduceva in giornate corte, clima fortunatamente non troppo rigido, cielo grigio e pioggerellina fine che sembrava innocua e che invece inzuppava a tradimento.
Whitby ci ha accolto così al nostro arrivo in autobus, ossia con il clima perfetto per creare quell'alone tetro e di mistero che ci ha reso unico ed indimenticabile questo luogo.

Ecco qua sotto la vista di Whitby e della sua splendida (anche se in tremenda rovina) abbazia dal promontorio opposto, in cui abbiamo fatto una breve sosta alla statua di Cook, noto esploratore salpato da queste coste numerose volte.


Dalla parte destra del fiume Esk (spalle a monte) alla fine di Church Street si trova l'ingresso della scalinata che porta all'abbazia benedettina fondata probabilmente (incredibile pensare fin dove potrebbe essere arrivato questo popolo) su di un antico accampamento romano.
Da qui partono i 199 scalini (mi fido delle guide, io non li ho contati) che conducono dapprima al tetro cimitero e poi fino all'abbazia. Ogni gradino è stato recentemente ristrutturato per opera di privati a cui è stata dedicata una targa in riconoscimento dell'aiuto.
Centinaia di tombe, sarcofagi e lapidi sbilenche brulicano tetre intorno alla chiesa di St. Mary.
So che può essere davvero strano scriverlo ma, devo ammetterlo: sono rimasta incantata da questo luogo. Avevo visto cimiteri fatiscenti e assolutamente disordinati a New Orleans, cimiteri di lapidi tetre a Dallas, cimiteri abbandonati in Brasile e in molti altri luoghi, ma mai ero rimasta impressionata a tal punto.


Il mio professore di filosofia una volta, oramai secoli fa, disse che per conoscere un luogo a fondo non c'è niente di meglio che visitarne il cimitero.
Ho sempre trovato interessante questa affermazione e per la mia piccola esperienza devo dire che, se si tralascia il lato prettamente macabro della questione, non posso che dargli ragione. Abbiamo sempre trovato pezzi di storia, iscrizioni, lapidi, epitaffi interessanti come a Carrara, New Orleans, Parigi ecc.
Ma va beh, mi sto dilungando e andando fuori tema.


Tornando alle lapidi: incuriositi abbiamo provato a decifrare qualche scritta, ma il tempo, il muschio, i licheni e la salsedine hanno cancellato praticamente tutto e siamo rimasti con la nostra sete di sapere.
Come se noi, qualora non vi fossero stati tutti questi segni del tempo, fossimo stati in grado di leggere tre lettere in fila e quindi di tradurre un inglese di chissà che epoca lontana. Manco lo faremmo in latino, figurarsi in un possibile celtico. Eppure per onor di cronaca ci provammo. ;-)


Oltre la scalinata (non si spaventino i pigroni perché è fattibile con poco sforzo) si arriva all'ingresso del parco dell'abbazia. Questa pare raggiungibile direttamente o aggirabile senza biglietto, ma così non è. La struttura infatti si colloca ad un livello più alto rispetto al piano strada e per poterla raggiungere e visitare occorre recarsi nella struttura in foto qua sotto e acquistare il ticket.
Ho fotografato i prezzi in vigore al nostro ingresso ma per avere informazioni sempre aggiornate su prezzi e orari di accesso consiglio di visitare questo link qui.

L'interno della struttura ospita un piccolo museo con annesso shop dove acquistare qualche gadget o souvenir. E' proprio qui che abbiamo comprato, golosoni quali siamo, dei biscotti al doppio cioccolato. La biscottiera in latta che li conteneva staziona ancora in bella mostra nella nostra cucina, mentre il suo delizioso contenuto non ha visto nemmeno il suolo italiano perché è stato spazzolato in un batter d'occhio.


Terminato il breve giretto nel museo siamo passati su una passerella che dà diretto accesso al parco dell'abbazia e qua abbiamo capito subito del perché questo luogo appartiene ora all'English Heritage, un'istituzione pubblica che si prende cura del patrimonio storico inglese.
Abbiamo capito subito anche il motivo per il quale scrittori, artisti e religiosi sono stati colpiti da questo luogo nel quale sono stati ambientati romanzi ed eventi storici importanti.


Io e Massi siamo rimasti incantati dalle colonne, dalle volte e dai colori delle pietre. La struttura odierna, nonostante in forte rovina, rende perfettamente l'idea della grandezza dell'abbazia di un tempo, anche se è difficile poterla immaginare nella sua interezza e nei dettagli.

L'abbazia venne parzialmente distrutta per volere di Enrico VIII nel 1540 a seguito della Dissoluzione dei monasteri in Inghilterra per i quali il re decise la confisca delle proprietà della Chiesa cattolica inglese, e convertirle nella nuova funzione a capo della Chiesa anglicana.
Le rovine vennero ulteriormente intaccate a causa del prelievo delle pietre che venivano reimpiegate per altre costruzioni.


Non so quante foto ho fatto.
Non so quante foto ai miei compagni di viaggio ho scattato.
Non so quante ne abbiamo fatte a noi.
Questa bellissima versione inglese dell'abbazia di San Galgano toscana mi ha lasciata letteralmente stregata.
Se non fosse stato per: orario di chiusura dell'abbazia, bus di ritorno che ci aspettava di lì a poco, desiderio di vedere ancora una fetta di città e imbrunire imminente per le giornate corte, sarei rimasta lì sicuramente ancora un bel po'.


Al nostro ingresso in città (raggiungibile sia in treno che in autobus) e prima di ripartire abbiamo avuto modo di fare una breve zonzolata per le vie del centro.
Whitby è piuttosto piccola e non necessita di un lungo soggiorno. Nel giro di una mattinata si riescono a visitare le principali vie, il molo e il piccolo porto dove a novembre si vendevano quantità industriali di gelato (cosa che ci ha colpiti un sacco).
La città con le caratteristiche casette a schiera del XVII secolo si raccoglie per lo più alla foce del fiume e si sviluppa sulle pendici collinari limitrofe. Le vie principali pullulano di negozietti di souvenir e pare che vi sia un "Chippie" (rivenditore di fish and chips) ad ogni angolo.


E a proposito di fish and chips, in tutto questo resoconto non potevo dimenticarmi di raccontare di una delle parti fondamentali della zonzolata: il cibo!
Del resto si sa che l'appetito vien zonzolando, e talvolta anche prima. All'ora di pranzo, prima di entrare in abbazia e dopo aver fatto un breve giretto fra le vie di Whitby ci siamo fermati per un rifornimento "pre-199 steps".
Dopo aver gettato la spugna a causa della lunga attesa per entrare nel locale di fish and chips più gettonato del posto, ci siamo diretti in questo posticino decisamente più intimo e meno affollato qua sotto.
A sentire i commenti a posteriori di chi ha invece tenuto duro nella coda del primo locale, a noi è probabilmente andata meglio. Il gruppo di temerari non è rimasto infatti pienamente soddisfatto del famigerato pasto locale, al contrario di noi che anzi abbiamo mangiato il migliore fish and chips del nostro soggiorno in UK.
Con Massi ci siamo divisi un ottimo Seafood Plate, buono abbondante e molto saporito e Fish and Chips la cui frittura non era colante di olio, ma croccante e il sapore del pesce si sentiva eccome.


Riassumendo:
Periodo: novembre 2014
Dove: Monks Haven Cafe, 148-149, Church Street - Whitby (UK)
Pregi: uno dei migliori fish and chips che abbiamo assaggiato durante tutto il nostro soggiorno in UK, prezzi abbordabili, buon pesce.
Difetti: le cameriere stagionali inesperte e affette da misteriose forme di bradipsichismo, i tavoli piccoli e ravvicinati.


Dopo tante chiacchiere finisco col dire: andateci. Whitby merita.


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