Enjoy food, travels and life

Esattamente un anno fa me ne stavo così: senza orologio e senza pensieri, appollaiata a bordo piscina sotto un sole tropicale piacevolissimo, cosparsa di crema solare da capo a piedi, a fissare l'immensità dell'Oceano Pacifico e ad ascoltare il rumore delle sue onde che si infrangevano prima sulla barriera e poi sulla spiaggia.
Robe che mi chiedo se l'ho vissuto veramente, o se me lo sono sognato.
Propenderei per la seconda possibilità, se non fosse che un tatuaggio sulla pelle e un documento depositato in comune mi dicono ogni giorno che l'ho vissuto per davvero.
No, non è stato solo un sogno, ma tanti sogni diventati realtà.


In pochi posti al mondo mi sono tanto rilassata e sono stata tanto felice come alle Isole Cook e per la precisione a Rarotonga.
Io quest'isola non ho potuto (e non posso) fare a meno di amarla.
E' l'isola, un misero e minuscolo puntino sperso nell'immensità del più vasto oceano della Terra, che ha visto uno dei momenti di massima felicità della mia vita; l'isola in cui su una spiaggia dalla sabbia bianca, ho indossato il vestito bianco e poco prima del tramonto ho giurato il fatidico , anzi per la precisione I do, al mio Massi.

Ora capirete che raccontare di questi luoghi in maniera davvero oggettiva per me, onestamente, è davvero impossibile, anzi improponibile.
Sono di parte, ça va sans dire.
Da me non si può non avere altro che parole positive di questo posto incantato, magico, celestiale, caldo, sereno, etereo e puro.
Praticamente un diamante verde incastonato nella faccia blu della Terra.
Che raccontare quindi dei dodici giorni passati sull'isola?
Che raccontare che non sia già stato detto, scritto o che si trovi comunemente in una qualsiasi guida?
Ebbene: ecco le 10 cose che non sapevamo (o di cui non ci capacitavamo) di Rarotonga prima di averci messo piede.

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1) L'isolamento di un immenso arcipelago sperduto
Tecnicamente le Isole Cook vengono identificate come un arcipelago solo diviso in due raggruppamenti, uno settentrionale e uno meridionale (quello decisamente più frequentato).
In totale sono quindici isolette sparse qua e là in un areale di 2.200.000 km².
Sebbene le avessimo viste sul mappamondo non ci rendevamo conto di quanto poche e lontane fossero fra loro.
Giusto per fare un esempio e rendere l'idea è come piazzare quindici isolette minuscole sparse qua e là nel Mar Mediterraneo che si estende per una superficie di 2.500.000 km², solo che intorno al mare poi non c'è terra, ma ancora acqua, un oceano di acqua.
Per la serie: fatti piacere dove stai, se no comprati un aereo con una bella scorta di carburante.


2) Ahh poveri illusi noi che ci volevamo spostare sempre a piedi!
Chi segue questo blog sa che noi siamo turisti pedonali, ossia che amiamo spostarci e zonzolare a piedi, camminando anche per lunghe distanze.
Visto che ci trovavamo su un'isola microscopica, ci eravamo fatti l'idea di fare qualche bella passeggiata alla scoperta dei vari luoghi.
Sbagliato!
Per prima cosa in gennaio dopo le 9 di mattina faceva già un caldo allucinante e umido, ma soprattutto le zone (chiamiamole marciapiedi) su cui camminare erano praticamente inesistenti. Ci è parso che la gente del posto non fosse avvezza a spostarsi a piedi e al massimo abbiamo visto qualcuno in bici.
Ci siamo accorti anche che per gli abitanti dell'isola vedere noi a piedi, sotto il sole, passeggiare per chilometri e magari in infradito, doveva essere una cosa molto strana.
Venivamo infatti seguiti spesso con lo sguardo da chi guidava qualche mezzo, e la conferma ci è arrivata quando hanno iniziato a chiederci se avevamo bisogno di un passaggio. Addirittura una signora ci ha detto che ci aveva visto qualche chilometro prima e chiedeva se ci fossimo persi e se avevamo bisogno di aiuto.
Nel giro di un paio di giorni abbiamo desistito e siamo ricorsi ad altri mezzi come autobus e scooter.

Il servizio di autobus al momento del nostro soggiorno funzionava in modo molto semplice perché compiva un anello intorno all'isola: girava in senso orario o in senso antiorario e a seconda della direzione che volevamo prendere bastava che ci mettessimo sul lato opportuno della strada. Oltre al salire e scendere in fermate prestabilite, abbiamo visto che sotto richiesta gli autisti non hanno mai fatto storie per fermarsi anche in altri punti.
Gli orari erano però alquanto aleatori. C'era il momento in cui il bus era puntuale e il momento in cui non si aveva idea di quando sarebbe passato.
Le strade erano piuttosto dissestate, al pari degli autobus di linea che erano davvero un pezzo di storia da vedere, perché probabilmente importati di terza o quarta mano da paesi orientali (ci è parso di riconoscere caratteri giapponesi).


L'entroterra è verde, con montagne dalla vegetazione lussureggiante. Seguendo un sentiero abbiamo provato ad addentrarci autonomamente, ma onestamente abbiamo desistito in poco tempo sia per l'eccessiva umidità e calore, sia per la troppa vegetazione da attraversare.


3) Rarotonga, Quo Vado e Checco Zalone: un'associazione inevitabile.
Appena messo piede su un pullman locale ci è subito balzato in mente Checco Zalone nel suo film Quo Vado in cui, fermo al semaforo, suona con una soddisfazione immane il clacson alla macchina che lo precede e che non è stata sufficientemente reattiva allo scattare del verde.
A Rarotonga, la principale isola sia in termine di superficie che di popolazione, nonché sede della Capitale Avarua, quando siamo passati noi non c'erano semafori.
Neppure uno!
A dirla proprio tutta non solo non c'erano semafori, ma non c'erano neppure rotatorie. Nel centro cittadino c'era un incrocio che si potrebbe definire a goccia, punto in cui la strada raddoppiava in due corsie per marcia separate da un'aiuola alberata di qualche metro di larghezza.
La strada principale era un anello di circa 32 km che correva tutto intorno all'isola. Le strade che entravano verso l'interno, o che si snodavano fra le case residenziali erano pochissime e spesso malamente asfaltate. In pratica era impossibile sbagliare direzione: o si andava in senso orario, oppure si andava in senso antiorario.
Ma la cosa più incredibile, la cosa che farebbe partire un embolo a Checco Zalone era la flemma alla guida.
20-30 km/h erano la velocità media alla guida, i 40 km/h erano considerati qualcuno che stava correndo come un pazzo.
Non era infrequente imbattersi quindi in pick-up con persone in piedi sul retro all'aperto, o addirittura sedute su sedie di plastica messe in maniera posticcia a mo' di sedile.
Ci è parso che lo stress alla guida fosse inesistente, e fretta e sorpasso due parole inesistenti sul loro vocabolario.


4) Moto e vento fra i capelli? A Rarotonga chiamiamolo soffio, va.
Se deciderete di visitare Rarotonga molto probabilmente vi sentirete offrire nei vari pacchetti vacanze o direttamente dalla reception dell'albergo, la possibilità di noleggiare uno scooter per visitare l'isola.
Il costo quando siamo andati noi non era esorbitante e a seconda della categoria dell'hotel veniva incluso nel prezzo del soggiorno.
Insomma, visto che a piedi non era proprio il massimo ed essere autonomi in vacanza è decisamente bello, noi ve lo consigliamo vivamente.
Per circolare in scooter il casco era obbligatorio per tutti quelli in età compresa fra i 16 ai 25 anni e per tutti i non residenti dell'isola.
Sì, avete letto bene, i residenti oltre i 25 anni non avevano alcun obbligo di indossarlo.
Va da sé che in questo modo si capiva benissimo quali fossero le fasce di età e quali fossero i turisti. La nostra patente per la moto (A), cioè quella di Massi, è stata accettata tranquillamente. Qualora non fosse stata accettata Massi avrebbe dovuto fare un piccolo test al distretto di polizia per vedere se era in grado di guidare lo scooter.
Come si vede dalla foto il nostro bolide era piuttosto agé e aveva combattuto un bel po' di battaglie: gli specchietti erano diversi, la carrozzeria un po' ammaccata e oltre i 30 km/h non andava nemmeno se trainato.
Eppure con il nostro macinino abbiamo scorrazzato abbracciati in lungo e largo per tutta l'isola. Ne abbiamo un ricordo bellissimo, compreso l'alito di vento che ci accarezzava il viso alla euforica velocità di 25 km/h.


5) Non ti preoccupare non fa niente...
Parlo di cani, sia randagi che domestici.
Quando siamo arrivati erano dappertutto. Ovunque. Pure in mare.
Assieme a qualche maiale selvatico e qualche capra, le galline e i cani erano gli animali più presenti e liberi sull'isola.
Giravano da soli o in branchi. Spesso giocavano fra loro, ma capitava anche che litigassero e si rincorressero abbaiando.
Devo ammettere che per me non è stato facile abituarmi. E' una situazione che per noi è quasi impensabile.
Il primo giorno per altro, probabilmente varcando di poco il confine di qualche proprietà di cui non ci eravamo accorti, siamo stati rincorsi da due cani per niente amichevoli. Ce la siamo data a gambe e c'è mancato poco che mi prendessi un infarto.
Ecco, a parte questo benvenuto canino poco carino, il nostro rapporto non ha fatto altro che migliorare nei giorni successivi. Abbiamo imparato a evitarli completamente, soprattutto se non erano soli, a giocarci quando vedevamo che erano davvero coccolosi e giocherelloni, oppure a scacciarli quando era il caso di farlo.
Insomma, quelle cose che o ci impari a convivere o hai proprio sbagliato il posto dove andare in vacanza.


6) Come passano il tempo i rarotonghesi (si dirà così?)
Beh, l'avrete colto sicuramente anche voi che la vita a Rarotonga non sarà proprio il massimo in termini di mostre, vernissage, sfilate, movida notturna e feste in generale. Lo stile di vita che abbiamo colto si definirebbe molto semplice ma, stando a vedere la felicità degli abitanti e la pace e serenità che questi luoghi regalano, è molto meglio così piuttosto che avere impegni dalla mattina alla sera, o stare nel chiasso e traffico snervanti.
Ad ogni modo la nostra principale attività di zonzoloni e curiosoni della zona e della cultura locale ci ha visti molto impegnati della attività di people-watching e people-interviewing.
Ecco quello che abbiamo scoperto della giornata tipo del rarotonghese (vale nota sopra) medio di questi tempi.
Le persone più attive fanno sessioni di ginnastica alle prime ore del mattino, che sono le più fresche, poi passano a fare uno o più lavori durante la giornata (sì, non è infrequente che ne abbiano più di uno). Pranzano velocemente con un sandwich e poi tornano a casa dai figli per fare una braciolata tutti assieme in giardino (ne fanno veramente un sacco), per poi andare a nuotare in mare, giocare o, ta-daan! per tagliare il pratino, sempre e comunque.
Perché, che si sappia: il prato del giardino è sacro.
I confini di proprietà non sempre sono evidenti e palesi e di solito sono separati da cespugli o raramente con recinzioni di rete.
Un'altra attività che vede la gente del posto riunirsi molto volentieri è il mercato locale della mattina. Qui si possono acquistare moltissimi souvenir e ninnoli e mangiare un sacco di prodotti e ricette locali.


7) I polinesiani sono dei veri fustacchioni!
La gente del posto ha i classici tratti polinesiani: pelle color nocciola, occhi grandi con un accenno alla mandorla orientale, capelli scuri e folti, corpi grandi e possenti.
Praticamente tutti quelli che abbiamo visto avevano tatuaggi, per lo più tribali, soprattutto su polpacci, spalle e scapole, ed erano mediamente in gran sovrappeso, per non dire obesi.
Le malattie più diffuse sono infatti le stesse che abbiamo noi: ipertensione e diabete.
Non ci è parso che dessero grande importanza alla dieta e alla qualità del cibo che mangiano, sebbene che avrebbero a disposizione frutta e pesce fresco ogni giorno a volontà. Una cosa che ci ha colpito molto è che le bibite gassate, largamente consumate, costavano un sacco perché tassate in funzione del contenuto di zucchero che contengono. Sulla strada principale si trovavano spesso cartelli pubblicitari di sensibilizzazione alla prevenzione di diabete e malattie cardiovascolari.


8) Pancia mia fatti capanna!
Il cibo era buonissimo!
C'erano un sacco di tuberi che non conoscevamo e che abbiamo assaggiato e di cui ci siamo letteralmente innamorati. Al nostro inevitabile rientro una delle cose che ci è dispiaciuto di più è stata lasciare quei sapori nuovi che ci avevano conquistato. Un esempio è il Pow pow, un frutto arancione che ricorda molto la papaya, ma con la quale non ha niente a che vedere. E' molto dolce tanto che se mangiato in grande quantità diventa persino stucchevole.
Per non parlare del Taro dal sapore burroso e della Kumara (patata dolce) che assieme a patate normali formavano i cestini di "Local Fries" più buoni del mondo.
Non abbiamo trovato invece kiwi, che invece ci aspettavamo di trovare a quintali, e invece vagoni di frutti della passione e mango assolutamente deliziosi.


9) Isole sperdute = "laqualunque" in valigia?
Anche no!
Ero un po' titubante nel preparare la valigia, ma come al solito, dovendo viaggiare per oltre un mese, ho dovuto prendere lo stretto necessario per tutte le evenienze, tagliando superfluo, paillettes e tacco 12.
Il pensiero è sempre il solito: si sta andando in un luogo davvero lontano e sperduto per cui si ha sempre paura che manchi qualcosa e proprio in quel viaggio se ne abbia bisogno.
Quello che occorre sapere è che sull'isola si potevano trovare nei negozi ogni genere di cose utili. Per altro la cultura del posto era molto più vicina alla nostra rispetto ad altri posti a noi geograficamente più vicini.
Se ci fossimo dimenticati qualcosa, non sarebbe stato difficile trovarlo sull'isola, per cui niente stress da dover mettere "laqualunque" in valigia.
Ovviamente sono utili alcuni accorgimenti e consigli per viaggiare al meglio e magari essere pronti alle varie evenienze. Ecco quindi cosa consigliamo di mettere in valigia prima di partire (ma, ripeto, che troverete comunque anche in loco): scarpe di gomma per camminare sul bagnasciuga o in mare, crema solare, antizanzare, cappello, occhiali da sole, maschera e boccaglio, occhialini per piscina, patente A o B, fotocamera subacquea.


10) Profumi e colori!
Mai avremmo immaginato una tale ricchezza e intensità di profumi e colori.
Quando non c'era nell'aria profumo di grigliate, o di pesce preparato nei numerosi ristoranti, l'aria era pregna di profumo di fiori e di mare. La vegetazione lussureggiante era ricca fiori bellissimi e profumatissimi. Le fragranze erano dolci come quella del cocco, della vaniglia, fino ad arrivare a favolosi frangipane e mango. Un vero e proprio eden terrestre.
Quasi tutte le donne (ma anche alcuni uomini) che abbiamo incontrato indossavano un fiore all'orecchio e a seconda del lato in cui veniva posizionato significava che la donna era single oppure no.
Non era nemmeno infrequente vedere qualcuno indossare una corona di fiori o addirittura una collana.
Impossibile dimenticarsi di colori, così vividi e intensi.
I tramonti per noi sono stati ogni giorno una scoperta, un tuffo nelle infinite gradazioni che solo il cielo in quegli attimi sa regalare. Non c'è foto che tenga, vanno visti e vissuti insieme ai profumi che ci sono nell'aria, al rumore instancabile dell'oceano e al suono di un ukulele che suona allegro in lontananza.


Kia Orana è la parola che sentirete dire più spesso; è il saluto polinesiano di benvenuto.
Ed è vero: l’accoglienza, la gentilezza e i sorrisi sinceri della gente ci hanno fatto sentire accolti e benvenuti.
Una volta tornati a casa non abbiamo fatto altro che augurarci di poterlo sentire ancora al più presto per sentirci ancora una volta in paradiso.

2 commenti:

  1. Deve essere un posto stupendo uno di quei luoghi che vorresti non andare più via. Grazie di questo viaggio me lo sono goduto. Buona fine settimana.

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  2. ...ho sognato insieme a voi...che meraviglia....
    Mi avete fatto venire un po' in mente un lontano viaggio alle Seychelles...un paradiso molto simile...
    Un abbraccio grandissimo!

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